Armando Petrucci _ Ideologia e rappresentazione

by manuel

(…) Due sovrapposti percorsi di scrittura “esposta”, l’uno creato da un potere insieme ottuso, ridicolo e classista, l’altro da masse di giovanissimi cittadini “di serie B”, deculturati e disperati: due percorsi fra i quali, come da due poli opposti e lontanissimi, è racchiusa, in un lungo arco, la tragedia di una democrazia, come la nostra, mai realizzata e perciò crudelmente imperfetta.

Armando Petrucci.
Ultime righe del saggio “La scrittura. Ideologia e rappresentazione”.
Piccola Biblioteca Einaudi 1980-1986.

Forse, come spesso mi capita, ero rimasto l’unico a non averlo ancora letto; ad ogni modo la fama di saggio imperdibile per chiunque si occupi o sia occupato dal vasto tema della comunicazione è meritatissima, anzi dovrebbe essere illegale non leggerlo. Il problema è che l’ultima edizione di Einaudi è del 1986 ed è impossibile da acquistare on-e-off line oltre che arduo da trovare nelle biblioteche, io che son nato fortunato ne ho scovata una scartocciata copia in Sala Borsa a Bologna.

Einaudi, carissimi, davvero non ne vale la pena di ristampare qualche copia?

Di libri sulla storia della grafica ce ne sono tanti, più o meno noiosi, più o meno spessi, il paleografo Petrucci ci accompagna attraverso gli ultimi cinquecento anni di storia della scrittura esposta e delle sue forme grafiche, analizzata come quotidiano strumento di persuasione e controllo del potere istituzionale ed economico (come in effetti lo è dalle sue origini) o, al contrario, strumento di difesa e protesta da parte delle fasce sociali escluse e quindi subalterne al potere.

Quello che rende molto interessante l’argomento, altresì noto e quindi assai palloso, è il punto di vista: Petrucci legge l’evoluzione della scrittura epigrafica / tipografica attraverso la lente del contesto sociale, culturale ed economico, legandola ai gusti e alle esigenze di comunicazione del potere e/o della classe sociale dominante che la impongono come norma.

Una narrazione lucida e veloce, obiettiva ma scaldata dalla personalità dell’autore, che espone inoltre con grande chiarezza i perché dell’eterno andamento ondulatorio della grafica tra il polo nord del sobrio rigore, delle forme classiche e della chiarezza con il polo sud della libertà espressiva senza griglie, della complessità della ricchezza sfrenata e pesante.

Un libro che mi ha fatto riflettere sul fatto che i muri delle case sono sempre state pagine scritte, che i “graffiti” non sono certo una novità né un fenomeno senza ragion d’essere, che “grafico pubblicitario” è una orrenda definizione che ha una sua storia, che Steiner graficamente era avanti quanto la sinistra italiana era indietro e “rossoctomica”, infine che noialtri non siamo che “persuasori occulti”, ma poi che male c’è?

dal libro:

(…) “Nel medesimo 1968 questa grafica spotanea e “brutta” approda in Italia; e nell’estate, “davanti ai cancelli della Biennale” un maestro del design e dell’architettura italiana contemporanea, Carlo Scarpa, “strappa un manifesto portato da un corteo di contestatori, perché, grida loro, é impaginato in modo che offende il suo senso estetico” (…)

(…) “la scoperta del rapporto tra letteratura e tipografia, tra poesia e tipografia, tra estetica e tipografia, la scoperta e la ricerca attenta dell’effetto che si può ottenere o raggiungere tra la parola detta, quindi la metrica, la ritmica e la tipografia, i toni dei colori, il rapporto tra il colore e la grafica, grafica pura, grafica di composizione sola (…) non grafica con il segno chiesto in prestito al pittore copiando dal pittore” Albe Steiner

 

 

 

 

 

 

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